Passa al contenuto principale
Impostazioni cookie

Ti trovi in:

20 aprile 2020

Le misure di sicurezza per gli operatori sanitari nell’intervista al direttore del presidio Covid-2 di Roma

Gennaro Capalbo, a capo della struttura realizzata in tempi record dalla Fondazione Policlinico Gemelli nella clinica Columbus, illustra il processo di conversione e di avvio delle attività, analizzando tutti gli aspetti della prevenzione e le modalità di utilizzo dei dispositivi di protezione individuale (dpi) da parte del personale

Le misure di sicurezza per gli operatori sanitari nell’intervista al direttore del presidio Covid-2 di Roma

Presidio Covid-2

ROMA - Nel Lazio, a seguito dell’emergenza sanitaria, in soli 15 giorni è nato il presidio Covid-2, uno dei centri Covid più grandi e attrezzati d’Italia. La struttura è stata organizzata in tempi record dalla Fondazione Policlinico Gemelli di Roma, al fine di ospitare i malati di Coronavirus e preservare così il policlinico Gemelli, in modo da poter continuare ad assicurare prestazioni cliniche e assistenziali ai pazienti con altre patologie e che richiedono interventi urgenti. Da quando è esplosa la pandemia una nutrita equipe medica e infermieristica lavora giorno e notte per salvare la vita ai pazienti contagiati.  Gennaro Capalbo è il direttore sanitario del presidio Covid-2 e nel corso di una intervista ci parla di questa nuova esperienza che lo vede in prima linea nella lotta contro il coronavirus.

Direttore Capalbo, in quindici giorni è riuscito a convertire una clinica e creare il Columbus Covid-2 Hospital. “La Columbus era una clinica con 200 posti letto per degenze ordinarie (di medicina, chirurgia e ortopedia) e quattro posti di terapia intensiva post operatoria. In quindici giorni l'abbiamo riconvertita in un ospedale totalmente Covid con 100 posti letto ordinari e 30 posti di intensiva, che a regime saranno circa 60. Questo enorme sforzo è stato possibile attraverso un grande lavoro di squadra dove le varie componenti della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, dal personale sanitario, agli amministrativi, ai tecnici, hanno lavorato senza sosta nella gestione del progetto. All’interno della struttura lavorano 80 medici, che compongono una eccellente equipe multidisciplinare, e 280 infermieri.

Il servizio di diagnostica per immagini è indispensabile in questa emergenza, come è stato organizzato? “Indubbiamente la radiologia ha un ruolo indispensabile nella diagnostica e nel controllo della malattia. La riorganizzazione ha realizzato, con la guida del direttore degli acquisti, una tac di ultima generazione e due apparecchi digitali portatili che semplificano l’esecuzione degli esami al letto dei pazienti, integrati con i sistemi informatici del Covid-2 Hospital. L’obiettivo era assicurare la migliore diagnostica riducendo lo spostamento dei pazienti e garantendo al contempo la più adeguata sicurezza per gli operatori: medici, infermieri, tecnici di radiologia e ausiliari. Questi vantaggi hanno portato a una semplificazione e riduzione dei tempi di bonifica e una maggiore sicurezza concentrando in aree circoscritte il contagio”.

Esistono percorsi protetti per i pazienti affetti da Covid-19? “Certamente. Già a partire dall’accesso in pronto soccorso i casi sospetti vengono trasferiti negli “ambulatori dedicati” attraverso ingressi separati. Successivamente, se necessario, sono trasportati al Covid-2 Hospital su una ambulanza attrezzata per il trasporto in sicurezza. Le misure di contenimento del contagio continuano ovviamente anche all’interno del Covid-2 Hospital dove sono stati istituiti percorsi differenziati e sicuri, come ingressi separati per personale e degenti e ascensori dedicati”.
 
In epoca di pandemia SARS-CoV-2 particolare attenzione è rivolta alle mascherine, sia degli “addetti ai lavori” che dei comuni cittadini. Ma qual è davvero il loro ruolo? Quale l’utilità effettiva? “È opportuno un distinguo tra le diverse tipologie di mascherine esistenti: diverse sono le caratteristiche, diverso è l’ambito di utilizzo in funzione del differente grado di protezione che possono offrire. Partiamo dalla tipologia di mascherina che ci capita di vedere più di frequente in questo periodo, sia nelle strutture sanitarie che all’esterno di esse: la mascherina chirurgica, quella leggera in tessuto-non-tessuto. Come da denominazione, si tratta delle mascherine di norma indossate dalle équipe operatorie durante gli interventi chirurgici. Servono appunto a evitare che il chirurgo e il personale presente in sala contaminino il campo operatorio, ovverosia il paziente. Potremmo dire che in questa fase storica chi indossa la mascherina chirurgica è in primis un “altruista”, poiché la principale funzione della stessa è evitare che coloro che la utilizzano contaminino con l’aria espirata l’ambiente circostante. Non va però dimenticato che questo tipo di mascherine offre anche una protezione verso gli ormai noti droplet emessi da chi ci sta vicino: si tratta delle goccioline di dimensioni superiori ai cinque micron espulse con un colpo di tosse, con uno starnuto o anche semplicemente con l’eloquio, le quali possono evidentemente veicolare il virus”.

Qual è la modalità corretta di indossare una mascherina chirurgica? Per quanto tempo e quante volte può essere utilizzata? “Questo è un punto fondamentale. In questi giorni stiamo vedendo spesso, anche in televisione e sui giornali, degli utilizzi della mascherina chirurgica assolutamente incongrui. Quando si maneggia la mascherina prima di indossarla, bisogna essere certi di avere le mani pulite, altrimenti rischiamo di contaminare un presidio che poi porteremo a stretto contatto con bocca e naso. Essa deve necessariamente aderire al volto, coprire naso e bocca ed il bordo inferiore deve essere posto sotto il mento. Mascherine indossate in altro modo sono assolutamente inutili e inefficaci. Va inoltre ricordato che si tratta di dispositivi monouso, quindi non riutilizzabili, con un’efficacia limitata a circa 4 ore; il loro utilizzo è particolarmente consigliabile negli ambienti confinati”.

Quali sono le altre tipologie di mascherine esistenti? “L’altro gruppo di mascherine di assoluto rilievo in questa fase è quello dei filtranti facciali, indicati con la sigla FFP, che sta appunto per filtering face piece o mascherine di alta protezione. Tra queste, oltre alle FFP1 - dispositivi “antipolvere” assimilabili alle chirurgiche e utilizzati per lo più nell’industria alimentare e nell’edilizia – vi sono le FFP2 e le FFP3, ormai note anche al grande pubblico. Queste mascherine sono in grado di prevenire sia la trasmissione del virus via droplet, sia la trasmissione per via aerea, ossia mediante particelle di dimensioni inferiori ai 5 micron. La differenza tra FFP2 e FFP3 sta nella capacità filtrante: le prime sono in grado di filtrare il 92-95% delle particelle, le seconde arrivano sino al 98-99%”.

Per chi è indicato l’utilizzo dei filtranti facciali? “In ambito assistenziale, l’utilizzo di filtranti facciali del tipo FFP2 o superiori è indispensabile per gli operatori sanitari che effettuano procedure generanti aerosol, ossia favorenti l’emissione da parte del paziente di particelle di così ridotto diametro: ci riferiamo ad esempio all’effettuazione di tamponi (compreso quello nasofaringeo utile a diagnosticare l’infezione da SARS-CoV-2), di procedure di ventilazione non invasiva come la CPAP, di broncoscopia, di intubazione e di estubazione. Va comunque ricordato che recentemente l’Istituto superiore di Sanità ha emanato delle indicazioni per un utilizzo razionale delle protezioni per infezione da SARS-CoV-2 nelle attività sanitarie e sociosanitarie: all’interno di queste è previsto che l’assistenza in condizioni in cui il tempo di esposizione al virus sia cumulativamente aumentato avvenga preferibilmente con FFP2, a prescindere dall’effettuazione di procedure generanti aerosol. Ciò è di particolare rilievo in un Covid Hospital, ossia in una struttura deputata all’assistenza unicamente verso pazienti con infezione accertata: per tali motivi, è assolutamente opportuno che gli operatori che a turno compiono il giro delle stanze di degenza utilizzino una FFP2”.

È utile l’utilizzo di più mascherine sovrapposte da parte degli operatori sanitari? “Non è ancora chiara l’effettiva utilità. Talvolta si sente discutere dell’eventualità di utilizzare filtranti facciali con sovrapposta una mascherina chirurgica: non vi è un effetto additivo legato alla differente natura delle mascherine. Di recente anche i CDC di Atlanta sono intervenuti sul tema della sostenibilità della sfida epidemica: non si può pertanto prescindere dall’uso oculato di ciò di cui attualmente disponiamo”.

Esistono altri dispositivi di protezione individuale? “Gli operatori sanitari che lavorano nei reparti a rischio, oltre alle mascherine FFP2 o FFP3, indossano altri dispositivi di protezione come guanti, sovracamici o tute, schermi e occhiali, perché il virus, oltre a penetrare da naso o bocca, può penetrare anche attraverso le congiuntive. Fortunatamente, per limitare la trasmissione del virus in comunità, non serve questo livello di altissima sicurezza”.

È difficile utilizzare i dpi? “Le precauzioni aggiuntive sono necessarie per gli operatori sanitari al fine di preservare se stessi e prevenire la trasmissione del virus in ambito sanitario e sociosanitario. Tali precauzioni includono l’utilizzo corretto dei dpi e l’adeguata sensibilizzazione e addestramento alle modalità relative al loro uso, alla vestizione, svestizione ed eliminazione degli stessi”.