INAIL - Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro

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08/11/2018

Danni cerebrali, riabilitazione e reinserimento professionale nella società post-industriale

Il tema del ritorno al lavoro delle persone colpite da ictus e cerebrolesioni è stato al centro del convegno organizzato dalla Fondazione Santa Lucia e dall’Inail che si è svolto ieri a Roma. Il direttore generale Lucibello: “Una questione molto rilevante per l’impatto che ha sulla vita delle persone”

Danni cerebrali, riabilitazione e reinserimento professionale nella società post-industriale
ROMA - Quante probabilità ha una persona colpita da una lesione cerebrale di ritornare alla propria attività lavorativa? Quali sono i tempi e i principali ostacoli del suo reinserimento professionale? Sono queste le domande principali su cui si sono concentrati i lavori del convegno “Ictus: fattori di rischio, prevenzione e riabilitazione” organizzato dalla Fondazione Santa Lucia Irccs e dall’Inail, con il patrocinio del Ministero della Salute, che si è svolto ieri presso il Centro Congressi della Fondazione a Roma.

Alesse: “L’obiettivo è restituire ai pazienti autonomia e qualità della vita”. “Il filo rosso di questa giornata è il tema del lavoro – ha spiegato il direttore generale dell’Irccs Santa Lucia, Edoardo Alesse, nel suo intervento introduttivo – Da un lato il costante impegno di medici e ricercatori che operano quotidianamente all’interno del nostro Irccs con l’obiettivo di raggiungere nuovi traguardi per la prevenzione, la diagnosi e la cura delle patologie neurologiche. Dall’altro il tema del ritorno al lavoro per i pazienti, che è fondamentale per restituire loro autonomia e qualità della vita. È importante che il convegno sia stato realizzato con l’Inail, un soggetto istituzionale di particolare prestigio e competenza nel momento in cui si parla del rapporto tra disabilità e lavoro”.

Lucibello: “Per la tutela globale dei nostri assistiti è importante fare rete”. Come sottolineato dal direttore generale, Giuseppe Lucibello, il coinvolgimento dell’Istituto nell’organizzazione di un convegno dedicato alle cerebrolesioni e al reinserimento professionale delle persone che le subiscono nasce dalla consapevolezza che si tratta di “un tema molto rilevante per l’impatto che ha sulla vita delle persone e sugli infortunati sul lavoro”. L’Inail, ha aggiunto Lucibello, “dispone di un reticolo molto articolato di strutture sanitarie sul territorio nazionale, che comprende 10 centri polidiagnostici nazionali, 11 centri di fisiochinesiterapia, il Centro Protesi di Vigorso di Budrio, con le sue filiali e i suoi centri assistenza, il Centro di riabilitazione motoria di Volterra e migliaia tra medici, infermieri, radiologi e fisioterapisti. Per garantire la tutela globale degli infortunati, però, da anni abbiamo scelto di abbandonare la strada dell’isolamento a favore della creazione di una rete di collaborazioni con realtà di eccellenza nell’ambito della ricerca e della sperimentazione, per ottenere risultati di cui possano beneficiare i nostri assistiti”.

De Masi: “Il lavoro è sempre più intellettuale e sempre meno manuale”. La scelta dell’Inail di fare rete con i principali soggetti impegnati nell’ambito sanitario e della ricerca risponde anche all’esigenza di fronteggiare i profondi cambiamenti che stanno già investendo quella che il sociologo Domenico De Masi ha definito “la società post-industriale”. Il mondo del lavoro dei prossimi anni, in cui andrà a inserirsi ogni attività di prevenzione e di reinserimento professionale, è destinato infatti a diventare “sempre più intellettuale e sempre meno fisico, sempre più destrutturato, nei tempi e nei luoghi, e sempre più legato a motivazione e creatività personale, in termini di successo e produttività”.

L’ictus prima causa di invalidità in Italia. In questo scenario in rapida evoluzione, caratterizzato dal progressivo passaggio dal lavoro manuale al lavoro intellettuale, un tema centrale è quello del reinserimento lavorativo delle persone vittime di danni cerebrali. L’ictus – terza causa di morte e prima causa di invalidità in Italia, come ha ricordato il direttore generale dell’Istituto superiore di sanità, Angelo Lino Del Favero – nel nostro Paese registra infatti ogni anno 150mila nuovi casi, mentre le persone che convivono con disabilità conseguenti a questa patologia sono ormai quasi un milione.

Afasia e difetti di attenzione tra gli ostacoli più rilevanti. I numeri del fenomeno, che comporta anche un rilevante impatto economico tra costi diretti e indiretti, sono stati presentati da Stefano Paolucci, direttore dell’Unità di neuroriabilitazione presso l’Irccs Santa Lucia, che comparando i risultati di oltre 50 studi scientifici condotti nell’ultimo decennio ha rilevato alcuni fattori di ostacolo al rientro al lavoro delle persone colpite da un ictus. “Tra gli ostacoli più rilevanti – ha osservato – ci sono le disabilità cognitive, innanzitutto i difetti di attenzione e la perdita dell’uso del linguaggio provocato dall’afasia, ovvero deficit tipicamente presenti nei casi di ictus con danno cerebrale esteso. Influisce anche la depressione, altro fenomeno tipico per questa tipologia di pazienti, ma in modo non altrettanto decisivo”.

In caso di danno severo solo il 20% rientra al lavoro entro l’anno. Il reinserimento professionale di persone colpite da ictus registra, come prevedibile, un forte divario nel caso di danno cerebrale severo – il 20% dei lavoratori che lo subiscono rientra al lavoro entro l’anno – al confronto con i casi di danni cerebrali di bassa o media entità, per i quali la stessa percentuale sale al 71,9%. Secondo i risultati di uno studio condotto, tra gli altri, dalle Medical School di Harvard e Yale, pubblicato nel 2016 sullo European Journal of Neurology, le possibilità di tornare al lavoro dopo un ictus sono tre volte superiori per i professionisti con un livello di scolarizzazione più alto e un’attività lavorativa più intellettuale, rispetto a soggetti che svolgono professioni manuali. I dati sulle differenze di genere vanno considerati con prudenza, perché influenzati fortemente dal contesto culturale e normativo di ciascun Paese, ma uno studio su 933 casi di ictus completato due anni fa in Corea del Sud ha rilevato che, tra gli under 65, a ritrovare la strada del lavoro sono il 70,2% degli uomini contro il 48,3% delle donne.

Uno dei fattori di rischio è lo stress. Ma come è possibile prevenire, nell’ambito stesso dell’attività lavorativa, l’insorgere di un ictus? “Non si può semplificare – ha spiegato Carlo Serrati, direttore dell’Unità operativa di neurologia dell’Ospedale San Martino Irccs di Genova – perché molti fattori extra lavorativi, legati a stato di salute e stili di vita, possono provocare l’ictus. In ambito lavorativo, tuttavia, un fattore di rischio è sicuramente rappresentato dallo stress, inteso non in modo generico ma nella sua accezione più strettamente medica. Qui le persone più esposte sono quelle che conducono un lavoro ad alta domanda e basso controllo. Sono persone esposte a moltissime sollecitazioni, senza la possibilità di decidere e selezionare quello che si può e non si può fare”.

Gli infortuni con traumi cranio-facciali pari a circa il 5% del totale. Affrontando il tema della valutazione medico-legale delle lesioni traumatiche craniche con interessamento cerebrale negli infortuni sul lavoro, Marta Clemente, della Sovrintendenza sanitaria centrale dell’Inail, ha presentato i risultati di uno studio effettuato nel 2014, da cui è emerso che “i casi con interessamento cranio-facciale rappresentano mediamente tra il 4% e il 5% del totale”. Un’ulteriore analisi – condotta su un campione di 770 casi di infortunio, avvenuti tra il 2013 e il 2016, che hanno evidenziato un danno neurologico tra i postumi permanenti – ha concluso che “nel 30% dei casi l’evento infortunistico ha condotto a una condizione grave di degenerazione cerebrale e, quindi, a una grave disabilità”. La valutazione medico-legale del danno biologico conseguente a traumi cranio-encefalici, ha aggiunto però Clemente, “può riguardare un’infinita gamma di condizioni cliniche che interessano, direttamente o indirettamente, diversi organi e apparati”. Di qui la necessità di “un rigoroso accertamento del nesso materiale di causalità”, che risulta “tanto più difficile quanto più ci si discosta da quadri clinici di chiara e unica derivazione traumatica”.

Attività lavorativa e morbo di Parkinson. Nell’approfondimento dedicato al morbo di Parkinson e alle sue ricadute sull’attività lavorativa, Francesco Pontieri, neurologo di Sapienza Università di Roma, ha ricordato che si tratta di una malattia le cui cause sono ancora sconosciute. “Si ipotizza che possa derivare da un’interazione negativa tra una base genetica e alcuni fattori di rischio esterni, tra cui rientra anche il trauma cranico – ha precisato Pontieri – È difficile, però, trovare un legame vero, o comunque convincente, tra questi fattori di rischio e l’insorgere della malattia”. Una diagnosi di morbo di Parkinson non equivale, però, a una condanna immediata all’inattività: “Dal momento in cui si manifestano i sintomi della malattia – ha spiegato infatti Pontieri – nella maggioranza dei casi grazie al trattamento farmacologico è possibile condurre una vita normale, attività lavorativa compresa, per almeno una decina di anni. Le performance motorie, però, variano nel corso della giornata e di queste variazioni bisognerebbe tenere conto anche sul posto di lavoro”.   

L’importanza della prevenzione nei luoghi di lavoro. Durante la sessione pomeridiana del convegno, moderata dal sovrintendente sanitario centrale dell’Inail, Mario Gallo, il responsabile del laboratorio di sorveglianza sanitaria e promozione della salute del Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale dell’Istituto, Bruno Papaleo, ha sottolineato la necessità della diffusione sempre più capillare della cultura dell’emergenza tra la popolazione e nei luoghi di lavoro. In assenza di un intervento tempestivo, infatti, “i danni cerebrali di un arresto cardiaco diventano irreversibili. Per questo è importante che tutti i cittadini sappiano riconoscere un’emergenza e siano in grado di prestare subito i primi soccorsi”. Tra gli interventi per il miglioramento delle condizioni di sicurezza ritenuti idonei per ottenere lo sconto per prevenzione sul premio Inail, ha segnalato a questo proposito Papaleo, “l’Istituto ha incluso l’adozione da parte delle aziende di defibrillatori semiautomatici e l’organizzazione di corsi di formazione per insegnare ai lavoratori le manovre salvavita da compiere in caso di arresto cardiaco”. La sessione si è chiusa con gli interventi di Antonella Miccio e Valeria Gazzotti, che hanno illustrato le caratteristiche del modello riabilitativo del Centro Protesi Inail di Vigorso di Budrio.

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